giovedì 11 giugno 2009

ELEZIONI EUROPEE: CHI HA PERSO POCO E CHI CREDE DI AVER VINTO MOLTO.

E' finalmente calato il sipario anche su queste ultime consultazioni elettorali per il rinnovo del Parlamento Europeo, consultazioni queste, inutile negarlo, da sempre scarsamente "sentite" sia dal "palazzo" che dalla gente comune, se non come mera occasione di verifica dei più freschi orientamenti assunti dall'elettorato domestico verso chi, pro tempore, detiene la responsabilità del governo del Paese e chi si arrabatta invece per mettergli i bastoni tra le ruote, e possibilmente rosicchiargli qualche consenso, come opposizione, al fine di trarne conclusioni utili soltanto per le consuete schermaglie che animano il teatrino politico interno.
Se non proprio giustificabile, questo atteggiamento mentale è per lo meno facilmente spiegabile: nonostante l'esistenza di questo Parlamento eletto a suffragio universale e la moneta unica, infatti, l'Unione Europea, piaccia o non piaccia, è ancora ben lungi dall'essere (e chissà se mai lo diverrà) quello che si dice uno stato federale, come lo sono, ad esempi, gli Stati Uniti d'America. Con i nostri voti per l'Europa, noi non eleggiamo, cioè, una maggioranza che poi esprimerà un vero esecutivo comunitario dotato di poteri effettivi e diretti di governo e, soprattutto, con la titolarità esclusiva della politica estera dell'intera Unione, divenuta così un unico soggetto di diritto internazionale. E' dunque in un certo qual modo naturale che, malgrado le direttive europee disciplinino ormai svariatissmi aspetti della nostra vita e condizionino la politica del Paese, si possa non percepire, avvicinandosi a queste elezioni, quella stessa sensazione di compiere una scelta fondamentale per i nostri destini di governati provata invece quando si tratta di votare per le politiche o per le amministrative, ma, nella campagna elettorale appena conclusasi e negli attuali dibattiti del dopo-voto, pare si sia andati e si stia andando ben oltre la fisiologica messa in secondo piano dei temi squisitamente europei per concentrarsi quasi esclusivamente sulle ripercussioni dell'esito della consultazione comunitaria sugli equilibri politici interni.
Nei mesi precedenti il voto, certe forze politiche italiane hanno deliberatamente scelto di trasformare la campagna elettorale per le europee nella più aspra battaglia senza esclusione di colpi, leciti ed illeciti, mirante a demolire l'avversario sul piano morale ed umano prima ancora che su quello politico.
Lo spettacolo è stato, a tratti, indegno; si è cercato di sfruttare di tutto: dai guai familiari del capo del governo a suoi presunti illeciti, dalle allusioni a suoi possibili rapporti ambigui con candide diciottenni alle ineleganti disquisizioni sulle qualità estetico-intellettive di talune candidate di parte governativa.
Nell'obbiettiva difficoltà ad esercitare un'opposizione motivata, brandendo argomenti validi, contro un governo che ha aumentato sensibilmente la sicurezza nelle strade cittadine, che sta migliorando il rendimento della Pubblica Amministrazione introducendovi la cultura della meritocrazia, che darà la possibilità ai terremotati d'Abruzzo di andare ad abitare in vere case dopo pochi mesi dal verificarsi del sisma stesso, e che ha finalmente adottato una drastica, ma efficace, politica di contrasto all'immigrazione clandestina via mare, gli avversari non hanno disdegnato neppure il ricorso a colpi bassi abbondantemente al di sotto della cintura, come quello di dubitare persino delle qualità di buon educatore del premier per ipotetici nuovi figli, suscitando le giuste rimostranze della prole reale già cresciuta, e cresciuta bene, maggiorenne e vaccinata.
Alla fine, lo scadente antiberlusconismo fine a sè stesso, in bocca a chi avrebbe invece avuto il compito istituzionale di proporre serie alternative alla politica governativa, non è stato per questi pagante, ed ha determinato soltanto il rafforzamento dell'ala peggiore dell'opposizione, quella che tanto più prospera quanto più la buona politica latita.
I risultati della sfida sono noti: la coalizione al governo in Italia ha saldamente tenuto, come pure il centro-destra di Sarkozy in Francia, mentre una crisi della sinistra che non è solo nostrana, ma generalizzata, ha portato a grosse delusioni per le forze al potere in quasi tutto il resto d'Europa.
Il PDL ne è uscito con un risultato leggermente inferiore alle aspettative, è vero, ma i suoi due punti percentuale in meno rispetto alle elezioni politiche di poco più di un anno fa non sono i ben sette in meno riportati, nello stesso raffronto, dal PD, che pure si dichiara soddisfatto per essere almeno riuscito ad arginare uno "sfondamento" senza precedenti da parte dell'avversario, imponendogli una "battuta d'arresto".
E' infatti tra le più consolidate tradizioni italiane quella di vedere tutti il bicchiere mezzo pieno dopo le tornate elettorali; ed anche chi ha perso poco o tanto si sente sempre un po' vincitore.
Pur rimanendo sostanzialmente inalterato l'equilibrio tra le coalizioni di maggioranza e di opposizione, i due protagonisti principali sulla scena politica nazionale ci hanno invero entrambi rimesso qualcosa, seppure in misura diversissima, a vantaggio dei loro rispettivi alleati più "esuberanti", ma è innegabile che vi sia stato chi, dalla prova, ha avuto conferma di avere fin qui operato secondo le aspettative di chi lo ha eletto e chi, invece, ha ricevuto un forte segnale dell'urgenza di un cambiamento di rotta.
Tommaso Pellegrino

martedì 28 aprile 2009

IL 25 APRILE, ALEMANNO ED ALTRO...

Come ad ogni sopraggiungere di tale data cruciale, anche in vista di questo 25 aprile ci si era già pressochè rassegnati ad assistere alle consuete polemiche di bassa lega e manovre di appropriazione della festa ad opera di un solo versante politico ben definito, manovre in passato sempre favorite, bisogna ammetterlo, anche dalle sostanziali assenze nelle sedi più opportune e dalla rinuncia, per quieto vivere, a rivendicare con la dovuta energia il proprio ruolo nella lotta resistenziale, o, almeno, il proprio diritto a festeggiare come tutti la riconquistata libertà, da parte di quei protagonisti di altri orientamenti politici che sono spesso ben più sinceri fautori degli ideali posti alla base della nostra democrazia di quanto non lo siano gli apparenti padroni della festa, ma non altrettanto aggressivi e possibilitati a convogliare grandi masse, a proprio sostegno, nelle piazze ove solo chi fa più chiasso sembra avere diritto di cittadinanza.
Invece, quest'anno, qualcosa sembra essersi finalmente mosso nel senso del reciproco venirsi incontro tra italiani e dell'intendere la ricorenza come veramente "nazionale" anzichè appannaggio di una sola parte.
Il presidente della Repubblica, gesto ancora più significativo in quanto compiuto proprio da una delle più autorevoli personalità di quella sinistra da sempre ritenutasi depositaria esclusiva di storia e valori della lotta partigiana, si è recato a Montelungo, dove ad esordire contro i tedeschi non furono i partigiani, ma i militari regolari del ricostituito Regio Esercito, ed ha ricordato che a "nessun caduto di qualsiasi parte (...) si può negare rispetto e pietà".
Il capo dell'opposizione ha invitato quello del governo a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, come non aveva mai fatto precedentemente (magari nella segreta speranza che rifiutasse, così da avere l'appiglio per innescare sterili polemiche, come da migliori tradizioni di ogni anno a questa data), e questi ha accettato, ancorchè non recandosi a Milano (come avrebbe voluto il Franceschini) o in altra piazza "calda" del Nord Italia, teatro effettivo dei fatti insurrezionali di sessantaquattro anni fa, dove ad attenderlo sarebbero state soprattutto masse mobilitate dalle forze politiche prevalenti in quel contesto (e quindi, inutile negarlo, da quelle di sinistra, con tutta la buona volontà ben difficilmente immaginabili ad osannare Berlusconi) e che, comunque, non avrebbe certo costituito una cornice adatta per la presenza di un capo di governo, ma prma presenziando alla cerimonia ufficiale nella capitale e poi recandosi in quel di Onna, già teatro di una strage nazista ed oggi provata dalla tragedia del terremoto abruzzese.
Negli interventi di tutte le personalità della maggioranza, secondo taluni ancora in bilico tra nostalgie mussoliniane e conversione all'antifascismo, la piena adesione ai valori democratici e costituzionali, trionfanti con la vittoria di quanti, nel '43-45 combatterono contro il nazifascismo, è stata inequivocabile come mai in precedenza, e, se questo può apparire in un certo qual modo scontato per quanto riguarda gli esponenti del PDL provenienti da Forza Italia, da sempre in prima linea nella difesa dei valori liberali, essa non si è rivelata meno convinta da parte anche degli ex di Alleanza Nazionale, vale a dire del partito discendente da quel MSI ancora pochi anni or sono non certo sospettabile di eccessivo antifascismo.
Il passo successivo è stato il pieno accoglimento della richiesta avanzata dall'opposizione (chissà se, anche in questo caso, per cercare la rissa nel caso di una risposta a picche) di ritirare un discutibile progetto di legge che avrebbe equiparato combattenti repubblichini, partigiani e del Regio Esercito cobelligerante nel comune diritto a cavalierati e vitalizi.
Al netto accoglimento di questa richiesta, e alla netta presa di posizione su quale sia, tra le parti in lotta nel '43-45, quella da ringraziare per le odierne libertà democratiche, non ha mancato di associarsi neppure il sindaco della capitale ed ex dell'estrema destra Alemanno; lo stesso che, giorni fa, è stato bersaglio di gratuiti apprezzamenti non propriamente benevoli da parte di un patetico sindaco di Parigi che vogliamo credere solamente disinformato sulle reali posizioni del suo collega romano, e non in aperta malafede.
Parrebbe, quindi, che più nulla possa offrire il destro ad insinuazioni sulla mancata condivisione dei valori fondanti della nostra Repubblica, almeno tra le grandi forze politiche destinate ad alternarsi democraticamente alla guida del Paese.
Certo rimarrà qualche isolato a non accorgersi del progredire del treno della Storia, come chi ha tanto cretinamente (ma anche prevedibilmente) contestato Formigoni a Milano, o come chi resterà fermo su posizioni ormai fuori del tempo anche sul versante politico opposto. Ma saranno persone e gruppi che si autoemargineranno, che saranno sempre in meno e peseranno sempre meno.
La condvisione dei valori di base è invece essenziale in una moderna democrazia degna di tale nome, non c'è alcun grande Paese in cui questa non si sia realizzata, e poi si potrà, anzi si dovrà, differenziarsi e confrontarsi su tutto il resto.
Tommaso Pellegrino

lunedì 9 febbraio 2009

INTERROMPETE QUELL' INTERRUZIONE!

Ho finora evitato di prendere posizione sulla drammatica vicenda di Eluana Englaro per una molteplicità di motivi.
In primo luogo, per il rispetto che andrebbe comunque tributato ai protagonisti di simili tragedie, tanto profondamente umane e tanto diverse dalle questioni, solitamente a carattere politico o storico, a proposito delle quali chi mi conosce sa che sono invece sempre ben pronto a lanciarmi in ogni disputa con la mia consueta mancanza di preconcetti e peli sulla lingua. In secondo luogo perchè, contrario ad ogni pratica di accanimento terapeutico non meno che a quelle in cui una vita umana di per sè in grado di proseguire il suo corso senza l'aiuto artificiale di fantascientifici macchinari viene soppressa (vedi quindi aborto, eutanasia, pena di morte ecc.), non mi ero ancora del tutto convinto del fatto che quel "nutrimento" costantemente somministrato ad Eluana - non certo a base di pane e salame, bensì di chissà quale pozione preparata da personale medico altamente specializzato ed introdotta nel corpo tanto invasivamente con un sondino - non costituisse, dopotutto, proprio una sorta di accanimento terapeutico, più che un semplice dare da mangiare e da bere ad una donna si affetta da gavissima disabilità, ma con organi vitali perfettamente in grado di funzionare da soli senza ausilii "meccanici", ovviamente a condizione, come avviene per tutti noi, che la persona venga in qualche modo nutrita ed idratata.
In più, ad aumentare la mia perplessità, c'era quella sentenza della Cassazione che autorizzava la sospensione del trattamento alla paziente, di fronte alla quale mi era difficile credere che lo stato stesse avallando, in quel modo, una vera e propria eutanasia; quindi qualcosa doveva per forza sfuggirmi.
Ora, tuttavia, con l'avvio dell'atto finale della vicenda, e quindi con l'intensificarsi del dibattito e delle manifestazioni attorno alla casa di riposo teatro dell'evento "La Quiete" (il cui nome suona, a questo punto, oltremodo ironico), nonchè dei tentativi di ogni genere per cercare di fermare tutto in extremis, qualcosa comincia ad apparire sotto una luce più chiara.
Si: non c'è più alcun dubbio che in quella struttura udinese si stia consumando un omicidio. Un omicidio del tutto particolare, intendiamoci, con moventi che affondano le radici in indescrivibili travagli d'animo e sofferenze nelle decisioni da prendere, un omicidio per certi versi simile a quello che commette la donna che abortisce e non ai delitti, per dire, di mafia, ma pur sempre un omicidio, e non il semplice stacco della spina a macchinari sofisticati che fanno funzionare organi vitali altrimenti già da tempo non più in grado di farlo.
Si è voluto giustificare l'avallo giuridico riconosciuto a questa drastica soluzione sbandierando una "presunta" volontà della paziente di rifiutare una vita nello stato vegetativo di questi ultimi diciassette anni: ella avrebbe cioè assistito, prima di finire lei stessa nelle medesime condizioni, alla vicenda di un caro amico ridotto in quello stato in seguito ad un incidente, e si sarebbe fatta promettere di non essere lasciata vivere in quello stato qualora a lei fosse toccata la stessa sorte.
Ma, domineddio, chi di noi non si è mai lasciato andare ad espressioni del genere, o anche ad altre ancora più "forti", sull'onda delle emozioni provocate da una tragedia capitata a persona cara, non essendo tuttavia, in quel momento, neppure sfiorati dall'idea che davvero quello stesso fatto stesse per colpire anche noi a breve termine? Chi può dire che tale sarebbe ancora oggi, oggi che si trova effettivamente in quella terribile circostanza, il reale desiderio di Eluana, che lei ovviamente non può esprimere?
La contrapposizione tra chi propugna la sospensione del trattamento nutritivo alla donna e chi lotta per la salvezza della stessa non si traduce, come è stato detto e scritto da più parti, nello scontro tra "laici" e cattolici. Da liberale sostenitore dello stato laico e della laicità in politica, anche se intimamente cattolico, dico che provocare la morte di un essere umano interrompendo quella nutrizione che rappresenta la sola condizione affinchè esso possa continuare a vivere, sebbene in condizioni di estrema invalidità, dovrebbe andare contro lo stesso diritto naturale, a prescindere assolutamente da qualsivoglia convinzione religiosa.
Se del terribile vuoto legislativo esistente in Italia in materia di comportamenti da tenersi nei confronti di quelle persone che si trovano purtroppo in vario modo intrappolate in quella sorta di ampia "zona grigia" che sta tra la vita e la morte (dai vari gradi di coma alla morte cerebrale) qualcuno ha saputo approfittare per dare una specie di legittimità ad azioni aberranti, sta ora agli organi competenti, Governo e Parlamento, fare di tutto per porvi rimedio con un'urgenza senza precedenti.
Ed è quello che sembra stiano effettivamente facendo.
Nell'attesa, per carità, interrompete quell'interruzione.
Tommaso Pellegrino

sabato 15 novembre 2008

DOBBIAMO TUTTI ESSERE "OBAMACONS"?

L'interminabile maratona delle elezioni presidenziali americane si è alla fine conclusa, giorni fa, con la vittoria nettissima del primo presidente di colore della storia di quella Nazione: il democratico Barack Hussein Obama.
Francamente non ricordavo un simile coinvolgimento emotivo, da parte dei miei connazionali, in nessuno dei precedenti eventi analoghi di cui conservo cosciente memoria. Sarà per la presunta svolta epocale, e comunque per la sicura novità, rappresentata dall'ascesa alla massima carica politica del Pianeta di un afro-americano relativamente giovane e non apparentemente favorito da natali ed estrazione sociale tali da farcelo immaginare come un predestinato a simili alte vette, sarà perchè la recente, graduale e stentata, trasformazione anche del nostro sistema in qualcosa di vagamente simile alla democrazia dell'alternanza bipartitica d'oltreoceano ci ha di fatto reso più familiare ed appassionante questo genere di sfide elettorali all'ultimo voto tra due candidati, portatori di due diverse idee, alla guida di un Paese, sta di fatto che si sono viste per la prima volta, da noi, vere eproprie manifestazioni di tifo organizzato pro-Obama, con tanto di veglie, specie nelle sedi del PD, in attesa del responso delle urne e commozione fino alle lacrime all'annuncio del risultato.
Per quanto mi riguarda, ancorchè notoriamente mi riconosca nella formazione politica che, in ambito italiano, può dirsi l'omologa del Partito Repubblicano USA, ho fatto mio il pensiero espresso dal nostro ministro della Difesa La Russa, secondo il quale lo schierarsi apertamente per l'uno o per l'altro dei due candidati in un un'elezione presidenziale americana (considerarli cioè "come Coppi e Bartali o come Veltroni e Berlusconi") fa tanto "provinciale", e me ne sono rimasto ad assistere all'evento più o meno distaccatamente, ben conscio del fatto che lì, dopo tutto (al di là dell'innegabile influenza che hanno, sul mondo intero, gli orientamenti dell'amministrazione USA), non si stava decidendo chi sarebbe stato il "mio" presidente, e che l'America rappresenta una realtà troppo diversa da quella nostrana perchè le siano applicabili tout court i consueti criteri d'analisi validi per il panorama italiano.
In altri termini, non poteva e non doveva essere così automatico che, soltanto perchè sostenitori del PDL o del PD in Italia, lo si fosse anche, rispettivamente, di John McCain o di Barack Obama in occasione del loro confronto elettorale per la conquista della Casa Bianca.
Oltreoceano, sotto certi aspetti, si vive infatti pressochè in un altro mondo: l'esistenza di un servizio sanitario nazionale simile a quello italiano, per limitarci ad un solo esempio, qui da noi data per scontata anche dal meno progressista e d assistenzialista dei portatori di un'opinione politica, in America è appena appena timidamente propugnata dai democratici più socialmente sensibili, e figuriamoci se sfiora le menti dei più conservatori.
Se dunque, persino negli stessi Stati Uniti, complice forse il non travolgente carisma del pur onesto patriota e vecchio reduce del Vietnam McCain, si è assistito ad una vera e propria massiccia migrazione di ex repubblicani di ferro nel campo del fascinoso candidato democratico di colore - tra i quali l'ex portavoce di Bush Mc-Clellan, l'ex governatore del Massachussets Weld e l'ex segretario di stato Colin Powell, per i quali è già stato coniato il neologismo "obamacons", cioè consevatori per Obama - a maggior ragione sono state numerose anche le personalità di destra o di centro-destra di casa nostra ad esprimere con decisione analoga preferenza: da un Francesco Storace che è andato a scrivere sul suo blog "Obama o morte", a un Paolo Guzzanti che ha ammesso senza problemi che avrebbe votato per il candidato democratico, a un Frattini che ha dichiarato "Sarebbe un ottimo presidente".
Con Barack Obama, certo ha vinto la voglia di cambiamento degli americani, dopo gli otto anni di un'amministrazione repubblicana non proprio priva di ombre, e si è riaffermata con vigore, nel mondo, la migliore immagine tradizionale di un'America dove tutti possono realizzare i loro sogni, per ambiziosi che siano.
Già questi ci sembrano buoni motivi per ritenerci lieti dell'esito elettorale e per guardare con fiducia al futuro.
Su un piano più concreto, il nuovo presidente promette poi di poggiare la propria futura condotta politica su cardini, per fortuna, ben distanti da certe fantasie riguardanti una sua presunta maggiore arrendevolezza o addirittura un suo quasi "pacifismo", nelle questioni internazionali e di lotta al terrorismo, ricamate su di lui da una certa, in questo forse un po' ingenua, sinistra nostrana, la quale è probabile che rimarrà alquanto delusa di fronte a quella che si rivelerà in seguito la realtà dei fatti.
Per fare qualche esempio, Obama è per la pace in Medio Oriente, ma considera prioritaria su ogni altra considerazione la tutela della sicurezza di Israele; non è disposto ad accettare un Iran con l'arma nucleare e non esclude l'uso della forza contro di esso; vuole andarsene gradatamente dall'Irak, ma anche dedicare maggiori attenzioni all'Afghanistan, sia sotto l'aspetto strettamente militare che sotto quello realisticamente diplomatico, ed è sua intenzione di rinforzare sensibilmente il corpo dei Marines.
Tra i maggiori vantaggi che l'elezione di Obama può portare, rispetto a ciò che ci si sarebbe potuto attendere in caso di una vittoria di McCain, ci sono senz'altro una maggior facilità di superamento di contrasti come quello creatosi recentemente con la Russia, sul piano internazionale, e qualche attenzione in più rivolta al sociale e alla sanità pubblica, su quello interno.
La domanda che ci sorge spontanea, in conclusione, è quindi se, anche per chi si considera senza vergogna un conservatore nel contesto politico della nostra Italia, questo progressista americano possa rappresentare l'uomo in cui riporre le migliori speranze di qualche futura schiarita nell'incasinatissimo mondo in cui ci si ritrova a vivere.
Allo stato attuale delle cose, credo che si possa azzardare una risposta positiva al quesito.
Può darsi che gli "obamacons" siano una categoria destinata a crescere anche in Italia.
Tommaso Pellegrino

martedì 28 ottobre 2008

4 NOVEMBRE: FESTA DI TUTTI GLI ITALIANI O SOLTANTO DI QUALCUNO?

Siamo uno strano popolo, forse unico: neppure le feste solenni e le date simboliche che maggiormente rappresentano tappe salienti e drammatiche del nostro cammino, durato oltre un secolo, verso le conquiste dell'unità nazionale, della totale libertà da ogni dominazione straniera e della più piena democrazia riescono ad accomunarci tutti in un sentimento (che dovrebbe collocarsi, una volta tanto, al di sopra delle meschine divisioni politiche) di celebrazione di eventi epocali che hanno cambiato il destino di ogni italiano indistintamente, e di composta riconoscenza nei confronti di quanti, in quelle circostanze, si sono inevitabilmente sacrificati di persona (trattandosi quasi sempre di fatti di sangue).
No: ognuna di queste ricorrenze deve puntualmente divenire occasione di strumentalizzazioni, per i propri fini, da parte di questo o quello schieramento politico, o di reciproche accuse, tra le fazioni, di farne delle feste di parte o di volersene appropriare in maniera esclusiva. Ne sono tipici esempi il 20 settembre, quando, nell'ultimo anniversario della conquista militare della nostra capitale, qualcuno sembra aver dato adito a sospetti di nutrire forse eccessive simpatie per i caduti di parte papalina; o il 25 aprile, che da sempre divide grottescamente gli italiani tra chi lo considera quasi esclusivamente una festa propria e chi invece non lo ritiene neppure una festa.
Ultimo "pomo della discordia" in ordine di tempo è il 4 novembre, anniversario (quest'anno il 90°) della Vittoria italiana sull'Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale, che fra poco si festeggerà con insolita pompa (parate, bande militari, concerto di Andrea Bocelli ecc.) e in occasione del quale il ministro della Difesa La Russa ha deciso di sguinzagliare per tutta Italia ufficiali dell'esercito con il compito di tenere lezioni sulla Prima Guerra Mondiale nelle scuole, venendo così accusato, da stampa ed illustri esponenti per lo più di sinistra, di orchestrare "la più imponente manifetazione di propaganda militare che l'Italia repubblicana abbia mai messo in piedi", anzi: di rischiare di fare apparire le forze armate uno strumento di parte "al servizio di propaganda politica".
In effetti, l'esperienza della partecipazione italiana alla Prima Guerra Mondiale, benchè altissima espressione di strenua lotta patriottica per la liberazione di una grossa fetta del Paese da una dominazione straniera tirannica, ha più di una carta in regola per risultare invisa alla sinistra odierna: intanto, trattasi di una guerra "classica", simmetrica, combattuta tra nazioni (per lo pù monarchie) mandando purtroppo a farsi macellare al fronte moltitudini di coscritti arruolati in eserciti regolari, e non - diversamente, ad esempio, dalla Resistenza- di un'epopea bellica nata da un impulso di ribellione dal basso, meglio ancora se condita da velleità rivoluzionarie proletarie, di quelle guerre, insomma, che, pur sanguinosissime e con punte di crudeltà spesso sconosciute alle altre, ai nostri sinistrorsi, sempre "pacifisti", non dimentichiamolo, nel solo senso che interessa a loro, non sono mai affatto dispiaciute. In secondo luogo, ad essere contrarie all'intervento nel conflitto '15-18 furono principalmente appunto le sinistre "ufficiali" dell'epoca, mentre i favorevoli a quell'avventura, o almeno i più visibili e chiassosi tra essi, furono invece proprio quei simpaticoni di varia appartenenza ideologica e sociale che, qualche anno dopo, avrebbero trovato una casa comune nel vituperato fascismo, e quegli intellettuali alla Papini che soffiarono sul fuoco con scritti del genere di "Amiamo la guerra!".
Altri elementi sono poi stati portati a sostegno dei propri punti di vista, nel dibattito scaturito negli ultimi giorni sull'argomento, da quegli autorevoli personaggi partcolarmente perplessi sull'opportunità di celebrare il 4 novembre nelle modalità decise, per quest'anno, dal governo: dall'inettitudine ed insensibilità dimostrate da comandanti come Cadorna nel mandare al macello una generazione in ripetuti, inutili e fallimentari attacchi sull'Isonzo, all'orrore delle decimazioni, alla dichiarazione di guerra all'Austria che sarebbe stata un deplorevole atto di "aggressione", non dettato da esigenze di difesa e, per di più, perpetrato contro il volere del Parlamento.
Di tutto questo campionario di osservazioni in negativo, qualcosa è inconfutabile, come la stoltezza e la mancanza di considerazione per la vita umana propria della strategia cadorniana o il fatto delle decimazioni, che effettivamente ci furono, sebbene, sotto detti punti di vista, noi italiani non costituivamo certo un'eccezione, nel panorama di tutti gli eserciti allora impegnati nell'"inutile strage". Su altre asserzioni è invece doveroso controbattere. E'ben vero, ad esempio, che, tra Italia ed Austria, quella che dichiarò per prima guerra all'altra fu l'Italia, ma è anche vero che, quando ciò accadde, era già in corso una guerra delle democrazie occidentali, più la Russia, contro gli Imperi Centrali, innescata proprio dall'attacco mosso dall'Austria alla Serbia quasi un anno addietro, in seguito all'attentato di Sarajevo. In base alla stessa logica, dovremmo allora considerare atti di aggressione anche i nostri recenti interventi armati in Irak (1991) e Serbia, in quanto Saddam Hussein e Milosevic non attaccarono certo per primi l'Italia, ma, rispettivamente, il Kuwait e il Kosovo, provocando reazioni internazionali cui si ritenne doveroso partecipare.
L'intervento nel conflitto europeo poteva apparire, anche ad esponenti di equilibrio e moralità indubitabili, come un'occasione irripetibile per chiudere definitivamente la partita con il grande nemico storico (malgrado l'alleanza senza amore che durava ormai da trent'anni con esso) e completare così il processo risorgimentale; una linea forse ritenibile più efficace di quella, suggerita da Giolitti, di barattare concessioni territoriali con il mantenimento della nostra neutralità.
Ad aderire all'interventismo non furono infatti soltanto futuri fascisti, esaltati nazionalisti o intellettuali in preda a "vergognoso bellicismo", come lo definisce Angelo D'Orsi, alla Papini (le cui performances letterarie di allora non andrebbero comunque giudicate con i criteri odierni), ma anche sinceri democratici come Bissolati e Salvemini, future vittime del fascismo come Giovanni Amendola, Antonio Gramsci e Carlo Rosselli, e persino quello stesso Ungaretti che proprio il quotidiano della sinistra radicale "Liberazione" invita a leggere, come antidoto al presunto clima di esaltazione bellica, anzichè celebrare il 4 novembre.
Quanto al voto favorevole all'entrata in guerra da parte del Parlamento, infine, questo formalmente ci fu, anche se la maggioranza dei parlamentari in carica era in origine contraria ed il loro cambio di orientamento fu non poco forzato dalla virulenza delle manifestazioni di piazza pro intervento e dal clima di inevitabilità della grande prova internazionale venutosi a creare.
Fatte queste precisazioni, sia scolpito a chiare lettere, scopo degli eventi celebrativi collegati a questo 90° anniversario della Vittoria del 1918 non è quello di promuovere una propaganda militarista che esalti il ricorso alla guerra e neghi le tragedie, le negligenze e perfino i crimini che caratterizzarono tanti aspetti della conduzione di quella che passò alla Storia come la Grande Guerra.
Occorre invece che tutti gli italiani, e specie le generazioni più giovani, abbiano coscienza dell'evento colossale in grado di amalgamare per la prima volta tutti gli italiani delle più disparate provenienze regionali e sociali in uno sforzo eroico che - specie nell'ultima fase della guerra, con una fetta considerevole di territorio nazionale invasa dal nemico e quindi con la nascita di nuove spinte motivazionali e l'attenuazione delle divergenze di vedute sul conflitto tra connazionali - li fece sentire veramente una nazione e portò ad una liberazione dallo straniero in tutto paragonabile a quella che sarebbe poi avvenuta nel 1945.
Questa consapevolezza dev'essere patrimonio di tutti noi, e i ricordi commossi di enrtrambi questi eventi tanto decisivi della nostra Storia non possono essere appannaggio di una sola parte e divenire fattori più di divisione che non di unione.
Dio ci salvi dall'avere un 25 aprile festa della sinistra ed un 4 novembre festa della destra.
Tommaso Pellegrino

sabato 13 settembre 2008

QUEL PASSATO CHE NON VUOLE PASSARE...

Sono ormai trascorsi più di sessant'anni dai fatti in questione, cioè dagli eventi che hanno diviso gli italiani tra i due schieramenti contrapposti nella più cruenta guerra civile della loro storia recente, e ancora non si è giunti ad un'autentica rappacificazione nazionale basata sul pieno riconoscimento, da parte di tutti, di valori indiscutibili e condivisi, dai quali partire per andare avanti, e sulla consegna definitiva alla Storia di quei tragici eventi passati; consegna alla Storia che, chiaramente, non può inendersi come archiviazione nel dimenticatoio degli avvenimenti stessi o come un impossibile, e neppure auspicabile, "embrassons nous" generale suggellante l'equiparazione tra loro di tutte le scelte di campo operate allora, valutando con il solo criterio della "buona fede" di chi le fece, ma che, al contrario, deve fondarsi sulla finalmente chiara, netta e definitiva pubblica ammissione da parte di tutti che una sola delle due cause in gioco nel '43-45 fu quella giusta, a prescindere dai singoli episodi di comportamento eroico o di condotta infame registrati da una parte come dall'altra, e sul conseguente abbandono dell'odiosa abitudine a strumentalizzare meschinamente, per i propri fini politici contingenti, ogni più piccola frase pronunciata dall'avversario, su tali argomenti, che si presti allo scopo, come appunto accaduto con le dichiarazioni di Alemanno e La Russa in occasione delle recenti rievocazioni dell'8 settembre e dei primi atti della Resistenza.
Le pretese, avanzate in passato, e parzialmente ancora oggi, da una certa estrema destra, di collocare sullo stesso piano la scelta fatta da chi, nel 1943 ed oltre, si schierò a favore del ristabilimento della libertà e della democrazia, in via di inevitabile affermazione sull'onda dell'ormai scontato esito degli eventi bellici, e quella propria di quanti invece perseverarono nella guerra ormai irrimediabilmente perduta, ma combattuta nel campo delle forze della barbarie, con la sola giustificazione della "buona fede" che avrebbe animato questi ultimi, non possono trovare accoglimento.
La buona o cattiva fede ispiratrice di ognuno, o le circostanze fortuite per le quali in molti si ritrovarono tra le file "repubblichine", dovrebbero essere valutate caso per caso e senz'altro ci indurrebbero a provare profondi sentimenti di rispetto per parecchi di questi combattenti individualmente considerati, ma non possono pesare sul giudizio complessivo di totale negatività della causa per la quale essi, pure talvolta eroicamente, si batterono: una causa il cui trionfo avrebbe significato la vittoria della più brutale violenza, dell'oppressione, dell'intolleranza.
Ora, un dato di fatto è che chi detiene in questo momento la responsabilità del governo del nostro Paese, ancorchè "di destra", questi concetti sembra averli, grazie a Dio, assimilati perfettamente: il ministro della Difesa, ad esempio, nel suo discorso per commemorare gli eventi di Porta San Paolo ha inequivocabilmente lodato quel primo atto resistenziale ed esaltato quanti, in generale, hanno ridato libertà e democrazia all'Italia. Il cosiddetto "omaggio" da lui rivolto al mirabile comportamento sul campo di un reparto schierato "dalla parte sbagliata" rientra semplicemente tra quei riconoscimenti di singoli atti di valore che onestamente sono dovuti, ma che non implicano nessun mutamento di giudizio sulla causa "politica" al servizio della quale quegli uomini si battevano.
Pertanto, la polemica innescata dalla solita nostra bella sinistra su quelle poche parole pronunciate quasi in un inciso ci pare ancora una volta del tutto sterile e pretestuosa; tanto più se si tiene conto, ad esempio, che fu proprio un alto esponente di quello stesso versante politico, Violante, a lanciare anni fa un ben più clamoroso invito ad essere comprensivi verso la scelta fatta dai giovani combattenti di Salò, non riscuotendo altro, allora, che calorosi applausi bipartisan.
Se davvero , a questi signori, si volesse rendere pan per focaccia, non ci si metterebbe molto a rinfacciare loro i fini rivoluzionari - e quindi miranti non a restaurare in Italia la democrazia liberale, bensì ad impiantarvi un regime di tipo sovietico - propri delle ali più estremiste dello schieramento resistenziale di sessant'anni fa, ogni volta che oggi gli eredi di queste pretendono di incarnare la parte maggioritaria e migliore dei quei combattenti per la libertà, quasi negando agli altri il diritto di condividere celebrazioni che dovrebbero in realtà appartenere a tutti gli italiani, come quelle del 25 aprile.
Ma non ci pare il caso di farlo, in quanto ci rendiamo perfettamente conto di quanto quelle realtà siano ormai cose totalmente estranee anche ai più diretti dei loro lontani discendenti del 2008.
Concludendo, infatti, per una vera rappacificazione nazionale, perchè davvero passi quel passato che non sembra volerlo fare, non occorre certo dimenticare la Storia, maestra di vita, nè tantomeno assolversi reciprocamente da ogni responsabilità, ma si deve serenamente accettare che si tratta di un capitolo completamente diverso dalle vicende attuali, con le quali non deve continuamente mescolarsi.
Tommaso Pellegrino

sabato 12 luglio 2008

I COMICI CHE NON FANNO PIU' RIDERE NON DEVONO ESSERE I PADRONI DELLA SCENA

Con l'ultimo post pubblicato su questo blog, risalente ormai a quasi due mesi fa, ci eravamo lasciati in una situazione che sembrava preludere all'instaurarsi di un clima politico finalmente soddisfacente, o quanto meno da paese "normale", in un'Italia fino ad allora travagliata (l'assonanza di questa parola con il cognome di uno dei massimi animatori delle più squallide esibizioni, di piazza e non di piazza, da sempre miranti a mantenere il livello del confronto tra le parti politiche nazionali il più possibile lontano dai canoni di civiltà e rispetto reciproco auspicabili in ogni paese, è puramente voluta) da una contrapposizione quasi violenta tra i due schieramenti del precedente imperfetto bipolarismo, dall'eccessiva eterogeneità e numerosità dei partitini che componevano i medesimi ed alla presenza al loro interno di flange estremiste che rendevano difficile l'assunzione di posizioni comuni e quindi l'azione di governo.
Con l'avvento dell'attuale esecutivo targato centro-destra, sostenuto da una maggioranza parlamentare più che solida, una nuova epoca sembrava infatti sul punto di inaugurarsi: blocchi di maggioranza e di opposizione finalmente sufficientemente omogenei, estromissione dalle Camere delle formazioni estremiste di entrambi i versanti, quasi un bipartitismo con non più di un paio di gruppi parlamentari per parte, definizione di ruoli chiari e distinti e perciò niente "inciuci", certo, ma anche niente avversione pregiudiziale e buoni propositi di disponibilità al dialogo e alla collaborazione "bipartisan" laddove possibile ed auspicabile.
Appunto a quasi due mesi da quell'esordio, non si può fare a meno di notare quanto il quadro idilliaco appena descritto appaia, purtroppo, non poco deturpato.
La squadra Berlusconi non ha perso tempo ad avviare i programmi per i quali gli italiani le avevano affidato il timone del Paese, e lo ha fatto con una determinazione alla quale non si era più abituati e che ha offerto inevitabilmente il destro agli attacchi strumentali di coloro che, quando si trovavano essi stessi al governo, si trovarono impossibilitati ad operare con analoga incisività a causa della debolezza della loro maggioranza e delle divisioni interne.
Così, ecco che norme istituite a tutela di minori nomadi ridotti peggio che in schiavitù dagli adulti del loro stesso popolo sono diventate "razziste"; altre, che istituiscono una immunità per i massimi vertici dello Stato (immunità prevista anche in altri paesi civili a tutela anche dello stesso diritto degli elettori di essere governati da chi hanno votato) sono state bollate come "ad personam" nell'esclusivo interesse del premier; persino provvedimenti a favore delle classi meno abbienti come l'abolizione dell'ICI prima casa, la Robin Tax e la "card" per anziani sarebbero bazzecole di pochissimo conto, quando non misure dannose o addirittura umilianti, e avanti di questo passo.
Nel campo dell'opposizione, rispetto a quanto sembrava profilarsi due mesi fa, la degenerazione della situazione è stata paurosa.
Per le ultime elezioni, il buon Veltroni aveva lasciato a piedi quello che, al confronto, può ritenersi un perfetto gentiluomo come il socialista Boselli, solo perchè questi non voleva saperne di integrarsi totalmente nel PD, ed aveva invece imbarcato il più illiberale, forcaiolo ed antigarantista ex magistrato della storia patria, siccome questi aveva finto di accettare la condizione di entrare, dopo, in un unico gruppo parlamentare con il Walter nazionale. Poi, l'ex magistrato forcaiolo il gruppo parlamentare unico si è guardato bene dal farlo e si è buttato a pesce, anzi, a riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa dal Parlamento della sinistra radicale, quale alimentatore del vecchio, perfido odio antiberlusconiano pregiudiziale, che si pensava pressochè archiviato all'atto del varo del nuovo governo. E' di questi giorni la rottura forse definitiva dell'ex magistrato forcaiolo con Veltroni, il quale, nella praticabilità di un'opposizione civile, probabilmente crede ancora e gli ha imposto l'aut-aut: o con me, o con qei nuovi compagni di strada che ti sei scelto.
Già, perchè il nostro ha scelto di affiancarsi, nella sua lotta anti-cavaliere, ai patetici ex comici e tristi figuri vari che, nel corso della manifestazione romana di pochi giorni fa, hanno dato il peggior spettacolo di inciviltà e di volgarità che potessero dare, con tanto di offese inaccettabili dirette al Papa, al Presidente della Repubblica e a chi più ne ha ne metta, al punto da indignare non solo il capo dell'opposizione più istituzionale, Veltroni, ma persino molti degli stessi esponenti dell'ultrasinistra recentemente uscita dal Parlamento e di altri antiberlusconiani di ferro come il regista Nanni Moretti, che Dio non voglia dovessimo, di questo passo, finire per rimpiangere.
Per comportamenti di questo genere non ci dev'essere indulgenza. Per l'inciviltà e l'intolleranza, niente tolleranza. Quei comici che non fanno più ridere non devono essere i padroni della scena. Fare satira è un diritto e fa ridere, ma la loro non è più satira.
Sotto le luci della ribalta deve tornare lo spettacolo di una politica sana e seria, di governo e di opposizione.
Tommaso Pellegrino