mercoledì 16 aprile 2008

SI RIMONTA IN SELLA!

E' fatta. Dopo una parentesi di un paio di anni decisamente da dimenticare, le urne aperte domenica e lunedi hanno sancito chiarissimamente, in barba a coloro che hanno agitato lo spettro di nuovi scenari di esiti elettorali ambigui e di conseguente ingovernabilità o difficile governabilità dell'Italia, il ritorno alla guida del Paese di un Capo di governo e di uno schieramento politico che gli italiani hanno già avuto modo di ben conoscere e dei quali probabilmente, visto il loro inequivocabile verdetto, non conservavano poi un ricordo così orrendo come tutte le parti a ciò interessate hanno tentato in tutti i modi di farci credere; un Capo di governo ed uno schieramento in grado ora di riprendere il lavoro da dove la fine della legislatura che li ebbe per protagonisti e l'avvento della calamità prodiana l'avevano interrotto, seppure in un contesto profondamente cambiato, rispetto ad allora, e con nuove e difficili sfide da raccogliere.
Il temutissimo "pareggio" dovuto alle magagne della legge elettorale vigente, con mancanza di una maggioranza chiara specie in Senato e, sullo sfondo, i fantasmi di impresentabili "inciuci" o di scene di panico per non sapere bene che pesce pigliare, è dunque stato scongiurato: la vittoria della parte vincente è stata nettissima e si è affermato un sostanziale bipartitismo che avvicina il nostro sistema a quello delle più evolute democrazie occidentali. Insomma, il tanto demonizzato "Porcellum" (comunque da rivedere almeno sotto certi aspetti), applicato nel giusto modo, ha funzionato bene; chissà cosa sarebbe invece avvenuto se si fosse proceduto, a suo tempo, al varo di un governo provvisorio presieduto da Marini o da altri, e all'emanazione di una qualche nuova legge elettorale.
La novità "rivoluzionaria" più evidente è senza dubbio quella della semplificazione a dir poco drastica del quadro politico e del ventaglio dei partiti rappresentati in Parlamento, con la nascita di un bipolarismo rafforzato e caratterizzato dalla scomparsa delle vecchie mega-coalizioni con dentro tutto e il contrario di tutto, rimpiazzate da due nuovi schieramenti composti ciascuno da pochissimi elementi legati tra loro da solidissime intese, ormai pressochè due superpartiti, per di più capaci da soli di coprire la quasi totalità dei seggi disponibili nelle due camere, essendo state gran parte delle formazioni esterne a questi due blocchi tagliate fuori dalle soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale, con il risultato di ritrovarci, a conti fatti, con quattro o cinque gruppi parlamentari in luogo degli oltre venti della legislatura appena conclusasi.
Riteniamo che, a determinare tale esito, sia stato soprattutto il comportamento cosciente e logico da parte di un elettorato forse più maturo di quanto non abbiano immaginato gli stessi politici (i quali non hanno mai smesso di insistere sulla necessità del cosiddetto "voto utile", cioè dato a chi ha concrete possibilità di vittoria) e meno soggetto alle tentazioni dell'anti-politica e del voto "di protesta", dato a chi si sa benissimo che non può farsene nulla. E' infatti chiaro che, in un sistema basato su un premio di maggioranza, tale da consentire di governare, attribuito a chi ottiene più voti, e con soglia di sbarramento anti "nanetti", ad avere possibilità di successo sono soltanto quei grandi partiti o poli nei quali possano riconoscersi le più ampie fasce possibili dell'elettorato, nella stragrande maggioranza composto da persone moderate tendenzialmente orientate o verso destra o verso sinistra, per cui non potrà mai raggiungere i numeri sufficienti chi rappresenta invece posizioni ideologiche più estreme o anche se ne sta insipadamente collocato al centro-centro.
E' così successo che sono rimaste totalmente escluse dal nuovo Parlamento, insieme alle mille listarelle rappresentanti il nulla assoluto che affollavano con i loro improbabili simboli le nostre schede elettorali (una delle quali, piange il cuore nel constatarlo, si chiamava "Partito Liberale"), persino formazioni che avrebbero forse meritato una sorte un po' meno infausta, come una sinistra radicale "Arcobaleno" o una Destra di Storace-Santanchè, entrambe finite male perchè scese in lizza, questa volta, "da sole" e non più inglobate in grandi coalizioni-carrozzone come nelle consultazioni precedenti.
Costoro saranno sempre in tempo per prendere coscienza degli errori fatti e dei cambiamenti sopravvenuti nel panorama politico nazionale, e quindi per ritornare in un prossimo futuro alla vita parlamentare come portabandiera, dall'interno dei partiti maggiori, delle lotte nel nome dei valori molto particolari in cui credono. In caso contrario, se non potranno o vorranno fare ciò, potrà anche dispiacere un po' a tutti per la perdita di quelli che possono, nonostante tutto, considerarsi dei contributi di pensiero preziosi, ancorchè al di fuori degli schemi più ortodossi, nelle altrimenti un po' "sorde e grige" aule di Camera e Senato, ma rimane il fatto che lo scopo del meccanismo di una moderna democrazia dell'alternanza bipolare o bipartitica non è quello di garantire una rappresentanza parlamentare ad ogni costo, anche a chi rimane incapace di integrarsi nelle formazioni politiche mature per assumersi responsabilità di governo, bensì quello di creare le migliori condizioni per la governabilità e di rimuovere ciò che sarebbe d'ostacolo per la stessa.
Ora che il Cavaliere rimonterà in sella in simili inedite condizioni favorevoli di sicurezza della propria magioranza (sia in termini di numeri che di compattezza della coalizione), di semplificazione del quadro politico e di rinnovato prestigio, potranno finalmente essere affrontati, con serenità ed energia sconosciute al precedente governo, i non pochi problemi in cui si dibatte il nostro povero Paese.
Da parte nostra, continueremo a sostenerlo come potremo e gli auguriamo sin da ora buon lavoro.
Tommaso Pellegrino

mercoledì 5 marzo 2008

TRA ELEZIONI PRESIDENZIALI AMERICANE E RUSSE, LA SCOMMESSA ITALIANA

Voilà, i giochi si direbbero ormai fatti. Mentre il mondo assiste, da un lato, alla lunga, e per noi non sempre facilmente comprensibile, maratona elettorale preparatoria di quella che sarà poi la vera e propria sfida finale per arrivare a sedersi sulla poltrona di presidente degli Stati Uniti, e, dall'altro, al viceversa rapidssimo consumarsi di ciò che ha avuto tutta l'aria di essere soltanto un semplice rito volto a conferire il formale sigillo di investitura popolare ad un'elezione presidenziale russa in realtà già del tutto scontata nel suo esito, in un ambiente politico obiettivamente ancora molto da perfezionare in fatto di vera democraticità, anche in Italia parrebbero a questo punto defintivamente disegnate le formazioni destinate ad affrontarsi, fra non molto, nella prova elettorale che dovrebbe inaugurare, dopo le non entusiasmanti esperienze del recente passato, una nuova fase nella vita politica nazionale, caratterizzata da un importante passo in avanti sulla strada della costruzione di una vera democrazia dell'alternanza al potere tra due principali proposte alternative: il passaggio dall'epoca delle grandi coalizioni contrapposte, troppo spesso oltremodo eterogenee, a quella dei grandi partiti, per il fatto stesso di essere tali, almeno in teoria, notevolmente più compatti ed affidabili.
Avevamo, su questo stesso blog, accolto con favore (e una punta d'invidia per essere state loro, e non noi, a raggiungere per prime tale risultato) la fusione delle due principali componenti del vecchio centro-sinistra nel nuovo Partito Democratico; poi, dopo un po' di tempo, chiarita qualche passeggera incomprensione nel centro-destra, qualcosa di analogo è successo anche da quella parte della barricata, con la nascita del Popolo della Libertà, non ancora un vero e proprio partito, bisogna ammetterlo, ma comunque un nuovo soggetto politico con tutte le carte in regola per diventarlo al più presto, a partire dalla presentazione alle elezioni di tutti i componenti sotto uno stesso simbolo e con un unico programma e dall'impegno a formare poi un unico gruppo parlamentare nella prossima legislatura.
Presentandosi di fronte agli elettori "da solo" o quasi, vale a dire senza le zavorre, alla propria sinistra, dei massimalisti rossi e, alla propria destra, dei soliti partitucoli e personaggi banderuola centristi (quelli, per intenderci, famosi per non aver quasi mai partecipato a due elezioni di seguito nello stesso campo), il PD ha scelto la via della proposta chiara di una compagine unita nell'adesione ad un programma e matura per governare un Paese occidentale dei nostri giorni, se (speriamo comunque di no) dovesse risultare trionfatrice. In altre parole bisogna riconoscere che, tagliati finalmente i ponti con i compari di chi gridava in piazza "10-100-1.000 Nassirya" ed era causa di infinito imbarazzo internazionale per l'Italia oltre che della letterale impossibilità di governare passabilmente per il governo Prodi, la squadra veltroniana appare davvero come qualcosa di finalmente paragonabile all'omonimo partito statunitense o al partito laburista britannico, cioè come quel genere di centro-sinistra che non potrà ovviamente rappresentare la nostra forza politica di appartenenza, ma la cui esistenza e buona salute noi riteniamo indispensabili per il funzionamento della democrazia quale la intendiamo: veri avversari politici in un contesto di competzione democratica, con i quali siano concepibili anche eventuali dialoghi costruttivi (mai inciuci!), e non quasi nemici in una guerra civile.
Sul versante opposto, il PDL si è analogamente scrollato di torno inopportuni ed imbarazzanti ex compagni di strada delle frange estreme della destra anti-sistema, e chi non ha ancora semplicemente voluto capire o accettare che questa non può più essere l'epoca delle vecchie alleanze, bensì dei grandi partiti, che bisogna ormai imbarcare nel progetto comune da presentare agli elettori soltanto chi se la sente di impegnarsi in esso al punto da rinunciare a propri simboli e liste (solo riguardo alla Lega Nord può essere giustificato, almeno per ora, un discorso a parte). Come si è già affermato altrove, il fatto di integrarsi in un partito è di per sè garanzia di adesione ben più convinta ed irreversibile ad un programma che non il semplice ammucchiarsi in una coalizione all'occorrenza abbandonabile senza troppi traumi. Si è da più parti insinuato che il PDL sia diventato un partito di destra, e non più di centro-destra, per essersi rifiutato di apparentarsi con la casiniana UDC: in realtà, in esso, la componente maggioritaria rimane Forza Italia, che è squisitamente di centro-destra, mentre proprio quel movimento di recente formazione che pretenderebbe di incarnare "la Destra" più genuina ne è rimasto coerentemente fuori. Respingedo l'UDC, si è semplicemente detto di no ad una piccola forza rivelatasi non ancora rassegnata all'ineluttabilità della nuova tendenza imboccata dalla politica italiana, tuttora abbarbicata all'idea di un "centro" non tenuto alla scelta di campo coerente e definitiva in un panorama bipolare, una piccola forza che sta ora dimostrando appieno quanto labile fosse ormai diventata la sua adesione a valori e programmi del centro-destra (e quindi quanto poco ci abbia, alla fin della fiera, rimesso lo stesso PDL a non avercela in squadra), riversando sugli ex compagni di strada, e di cinque anni di governo, giudizi che sembrerebbero uscire dalla bocca di acerrimi avversari di sempre, più che da quella di aspiranti alleati di appena qualche giorno prima.
Un sistema politico funzionante basato sul confronto tra grossi partiti che si presentano agli elettori con programmi chiari, credibilità e concreta possibilità di guidare il Paese, qualora baciati dal successo alle urne, in luogo delle vecchie armate brancaleone messe insieme al solo scopo di battere un avversario opportunamente demonizzato, e poi incapaci di una qualsiasi linea di governo efficace, coerente e costruttiva: è dunque questa la grande scommessa che l'Italia deve vincere per il futuro.
Qualcuno ha obiettato ed obietta che un tale stato di cose non rientrerebbe nelle tradizioni del nostro Paese, che, se esso è naturale per il mondo anglosassone, da queste parti abbiamo una storia diversa. Noi rispondiamo che, se la posta in gioco è cercare di migliorare per quanto possibile un sistema che, così com'era, si poteva dire giunto alla frutta, vale la pena anche di fare tesoro dell'esperienza altrui, natualmente senza prescindere dagli indispensabili adattamenti da applicare ad ogni situazione concreta nazionale.
In questo periodo, con sotto gli occhi gli esempi di elezioni nei maggiori stati del mondo, non mancano gli spunti di riflessione per farsi un'idea di quale possa essere il più idoneo.
Tommaso Pellegrino

giovedì 31 gennaio 2008

L' INGLORIOSO "25 LUGLIO" DI ROMANO PRODI E LA NECESSITA' DI VOLTARE PER DAVVERO PAGINA IN ITALIA

"Dagli e dagli" o "Tanto tuonò che piovve", si potrebbe commentare. Fatto sta che il deleterio governo Prodi, già nato su una maggioranza che definire "risicata" suona un complimento, e poi più volte a rischio di cappottata specie sui più spinosi temi di politica estera, causa certe sue componenti radicali chiaramente non ancora mature per gestire razionalmente le più delicate situazioni politico-militari che il complicato scenario internazionale odierno impone, dopo quasi due anni di "potere" è caduto.
Si tratta di quello che era praticamente scontato che, prima o poi, avvenisse, ma è significativo che questa crisi non sia arrivata, alla fine, dalle summenzionate frange più estreme della coalizione di governo, bensì proprio da "moderati" per antonomasia della stoffa di Mastella, Dini e Fisichella, cioè da quelle forze relativamente alle quali meno si può parlare di eccessiva "disomogeneità" rispetto alla componente dominante di centro-sinistra dell'ex maggioranza (oggi P.D.) per spiegarne il clamooso gesto di rottura, di quegli elementi, tanto per intenderci, che mai avevano fatto temere di costituire un pericolo per la tenuta del governo quando si era trattato, ad esempio, di sostenere le missioni militari all'estero e in tutte le passate situazioni di forte rischio di caduta per l'esecutivo Prodi.
Tale apparente "anomalia" nell'accaduto può forse facilmente spiegarsi con il fatto che personaggi come i promotori della presente crisi si collocano in quella sorta di area di confine tra i due schieramenti del nostro sistema politico imperfettamente bipolare, dalla quale rimane tutto sommato più agevole il passaggio disinvolto da una parte all'altra di detto poroso confine a seconda dell'opportunità del momento (nè, del resto, i signori in questione sono nuovi a simili esperienze, avendo già tutti in passato militato nel centro-destra), mentre invece, per aree come la sinistra antagonista, ben difficilmente potrebbero schiudersi possibilità di governare al di fuori di una coalizione come quella appena andata in pezzi, sicchè è comprensibile il loro pensarci non dieci, ma cento volte, al di là dell'abbaiare di rito, prima di compiere irreparabili mosse autodistruttive. E' comunque un dato di fatto che il 24 gennaio di Prodi assume sinistramente i connotati di un 25 luglio '43 di mussoliniana memoria, con il Capo del Governo che vuole a tutti i costi andare incontro al giudizio del suo "Gran Consiglio", ben sapendo che questo gli sarà fatale, e si fa sfiduciare proprio dagli accoliti dai quali meno ci si poteva aspettare la pugnalata mortale; se poi si aggiungono i brindisi e le plateali manifestazioni di giubilo per la caduta del "tiranno", quali non se ne ricordavano da chissà quando, il quadro delle analogie è ancora più completo.
Premesso che, a cose fatte, la gioia per la caduta di uno dei peggiori governi della storia della Repubblica - il governo delle tasse, delle figuracce con l'estero, dell'emergenza sicurezza ecc. - non può dirsi che pienamente condivisibile, si deve tuttavia anche ammettere che a tale soddisfazione si acompagna una punta di amarezza per il modo in cui questa "liberazione" è stata conseguita e, soprattutto, per il patetico spettacolo dei tentativi di riattaccare con lo sputo i cocci di un giocattolo ormai irrimediabilmente rotto - o, peggio, di dar vita a qualcosa d'altro di assolutamente estraneo a qualsiasi volontà mai espressa dagli elettori - cui l'attribuzione al Presidente del Senato Marini del cosiddetto incarico "finalizzato" ci farà presumibilmente assistere nei prossimi giorni.
Pur fautori della più tenace opposizione all'esecutivo appena caduto, non si può non rilevare che, passando per un momento dal caso particolare al generale, se i governi continuano a cadere prima della loro scadenza naturale, e con i soliti metodi da 25 luglio, è perchè, sotto sotto, esiste un malessere di fondo ancora peggiore del fatto in sè che, per cinque anni, a governare la Nazione non siano i "nostri": qui si tratta di una sconfitta per quanti, di qualsiasi appartenenza plitica, ritengono assolutamente primario l'obettivo di costruire un sistema finalmente basato sulla vera alternanza al potere di governi che, avendo stabilità e capacità per durare un'intera legislatura, come succede praticamente in tutte le democrazie evolute dell'Occidente, abbiano il modo di portare a compimento i loro programmi e di dare un'immagine di credibilità del Paese anche sul piano interazionale.
Tornando alla cruda attualità, non vogliamo certo entrare nel merito della decisione del Presidente della Repubblica di agire come ha agito: ciò gli è, e sempre gli sarà, consentito fino ad eventuali mutamenti parecchio radicali della Costituzione. Non ci si può però esimere dall'osservare che il tentativo Marini di ricompattare la vecchia maggioranza - o di crearne di nuove, che sarebbero oltremodo irrispettose della volontà degli elettori, per riformare la legge elettorale - ad occhio e croce non sembra avere concrete possibilità di successo e parrebbe utile soltanto a fare perdere del tempo prezioso, mentre invece le condizioni per una maggioranza sicura di centro-destra in seguito a nuove elezioni, probabilmente, sussistono anche considerata la non eccellentissima legge elettorale attualmente in vigore. La parola torni dunque alle urne il più presto possibile, dopo di che ci sarà senz'altro modo di riformare questa ed altre leggi e, auguriamocelo vivamente, di compiere sempre maggiori passi avanti verso l'edificazione di quella democrazia sana, compiuta e funzionante che tutti vogliamo e che, al momento, non appare purtroppo ancora vicinissima.
Così potremo davvero archiviare tutti i 25 luglio della nostra Storia in un buio periodo da non riesumare.
Tommaso Pellegrino

giovedì 17 gennaio 2008

MA QUANTO E' RIDICOLO QUEL CERTO ANTICLERICALISMO...

L'intolleranza e l'antidemocraticità dimostrate da quel pugno di sedicenti dotti professoroni e dal loro degno discepolame nell'impedire a papa Benedetto XVI di intervenire alla solenne cerimonia presso la loro università, che, malgrado l'accaduto, ci si ostina ancora a chiamare "la Sapienza" (???), sono per lo meno pari allo sconcertante patetismo e all'anacronismo di quel certo modo di essere anticlericali e di intendere la laicità sfoderati in questa ben poco edificante vicenda.
Oggi l'anticlericalismo come logica conseguenza del libertarismo, dela genuina aspirazione ad una vita civile regolata da leggi ed istituzioni svincolate dai dettami e dalle autorità proprie di una data religione, può senz'altro dirsi che non abbia più ragione d'essere almeno da oltre mezzo secolo a questa parte ed in questa parte del mondo.
Un liberalaccio fino al midollo come chi scrive non può naturalmente non comprendere, ad esempio, le ragioni di un anticlericalismo risorgimentale, inteso come rigetto del potere temporale di un clero che allora intralciava il processo di democratizzazione e di unità nazionale, ma si trattava qui di un sentimento ben diverso dall'ostilità verso la missione nel campo spirituale e morale di una Chiesa, che è di sua stretta competenza, diversamente dalle funzioni temporali. Basti pensare che proprio uno dei maggiori tra quegli stessi "anticlericali" sfegatati dell'epoca, un certo Giuseppe Mazzini (scusate se è poco), dichiarava di provare per gli atei una grande pena, segno che la sua non era avversione al messaggio diffuso dal clero nelle sue funzioni "istituzionali", bensì agli abusi perpetrati dallo stesso in ambito "terreno".
Oggi non esiste più un reale potere politico nelle mani dei vertici ecclesiastici, nè una loro possibilità di ingerire pesantemente nella vita delle democrazie tramite l'operato di forti partiti-longa manus disciplinatamente assoggettati alle loro direttive.
Accusare la Chiesa di interferire nella vita politica nazionale, o definire spregiativamente il papa "capo di uno stato estero", sono atteggiamenti oggi quanto meno ridicoli: il Pontefce non ha la minima intenzione di pilotare in alcun modo l'attività dei nostri legislatori, nè avrebbe i mezzi per farlo, tant'è vero che questa è sempre andata avanti indipendentemente da ogni suo auspicio o dissenso. Quanto poi a cosituire una minaccia come "capo di uno stato estero", gli mancano quelle divisioni di cui Stalin si chiedeva quante fossero e, se anche le avesse, non le userebbe: è uomo di pace, il papa, talmente di pace da prestarsi troppo spesso, involontariamente, ad essere sfruttato persino dai soliti pseudopacifisti ed elementi da sbarco vari, di fatto distanti anni luce dal suo vero universo di valori, e magari pronti a dargli addosso non appena qualche altro suo intervento non torni altrettanto comodo ai loro quasi mai cristallini fini.
Posto che la Chiesa non può costituire in alcun modo un pericolo per la libertà, la laicità e la democraticità delle istituzioni, non si può tuttavia pretendere che essa rinunci alla sua autentica ed unica missione di esortare continuamente al rispetto dei valori di cui è custode, e che lo faccia con tutti i mezzi a sua disposizione. Metterle, in qualsasi occasione, il bavaglio sarebbe, oltre che un intollerabile affronto alla libertà di espressione che va riconosciuta a chiunque, un passo avanti verso forme di intolleranza religiosa tipiche di ben noti sistemi illiberali, che sono l'esatto opposto delle vere società laiche.
Tommaso Pellegrino

giovedì 27 dicembre 2007

AUGURI A TUTTI. ANCHE A CHI...

Giunti al termine di questo benedetto 2007, si ha la netta sensazione di trovarsi ad assistere, oltre che all'astronomicamente inevitabile fine di un ennesimo giro del povero Pianeta attorno alla sua fulgida Stella, con contemporaneo inizio di un nuovo tragitto d'identico percorso, anche all'inizio e alla fine di ben alttre cose, che, per il momento ci è alquanto difficile definire con chiarezza, sicché, affinchè tutto possa filare liscio, o almeno si possano limitare al massimo i disastri, ci si sente motivati a scambiarsi i consueti auguri per il nuovo anno caricando gli stessi di particolari significati ed intendendo scongiurare particolari ansie.
Nel variopinto mondo della politica interna, ad esempio, sembrano ormai chiare e scontate solamente due cose: che nulla appare più chiaro e scontato a nessuno, neppure agli addetti ai lavori, e che un'intera epoca è ormai in agonia, per non dire già conclusa. Il bello starà ora nel vedere che cosa il nuovo anno, e insieme la nuova stagione politica, ci riserverà.
Il bipolarismo "vecchia maniera", per intenderci quello che ci ha tenuto compagnia all'incirca negli ultimi tredici anni, è agli sgoccioli; ciò che ne prenderà il posto potrà significare un perfezionamento del sistema da esso indiscutibilmente prodotto, basato su principi quali l'alternanza al potere tra due idee contrapposte ad ogni lizza elettorale e la scelta diretta da parte dei cittadini dei capi di governi tendenzialmente destinati a durare per l'intera legislatura, oppure potrà contribuire ad indebolire tale stato di cose, anche se non sarà facile sradicarlo subito del tutto, reintroducendo elementi di infausta memoria quali elezioni a metodo proporzionale e con le "mani libere", ed alleanze di governo e capi degli esecutivi decisi nei "palazzi", soltanto dopo il voto.
Auguri, quindi, per il nuovo anno a chi dovrà decidere, a questo punto, della sorte del Paese: del rafforzamento di conquiste degne di una vera democrazia moderna ed ormai bene o male molto radicate, ovvero della loro gettata alle ortiche.
E auguri soprattuto agli italiani, che non meriterebbero politicanti cui passasse anche soltanto per l'anticamera del cervello di privarli del diritto acquisito di potersi scegliere direttamente, votando, alleanza e programma di governo nonchè persona del primo ministro. Queste, sia ben chiaro, sono condizioni assolutamente irrinunciabili qualunque sistema elettorale venga alla fine adottato: maggioritario, proporzionale o con il televoto in diretta durante una trasmissione di Raffaella Carrà; tedesco, spagnolo, turco o kenyota.
Qualcuno ha affermato che il bipolarismo in Italia non funzionerebbe, che sarebbe superato, che farebbe addirittura "schifo": Quel bipolarismo, miei cari signori, pure "all'italiana" e con tutti i difetti possibili e immaginabili, sta alla base del buon funzionamento di Regioni, Province e Comuni che è sotto gli occhi di tutti; sta assicurando governi (buoni o cattivi, non daremo giudizi in questa sede) insediati per un'intera legislatura o almeno di una durata sufficiente per potere concludere qualche cosa, e non al potere ciascuno per qualche mese, come avveniva in una Prima Repubblica sotto questo aspetto da dimenticare; ha fatto dire all'ex, o post, fascista Fini che il nazismo dell'Olocausto fu il "male assoluto", e all'ex, o post, comunista Veltroni che nazismo e comunismo furono più o meno la stessa cosa; ha, insomma, piano piano tolto dai ghetti dell'antisistema forze che, trovando le condizioni idonee ed incentivanti, hanno potuto integrarsi ed essere recuperate alla politica "vera" di un paese democratico, da giocarsi tra avversari alternativi l'uno all'altro, ma reciprocamente rispettosi e condividenti una base di valori assolutamente fondamentali.
Proseguimento ideale del processo di riforma sulla via di una democrazia davvero moderna e funzionale può essere senz'altro quello nella cui direzione sembra andare la formazione del Partito Democratico, da una parte, e del Partito della Libertà dall'altra: la semplificazione della vita politica mediante l'accorpamento in due grandi entità, una di cetrodestra e l'altra di centrosinistra, di partitini-cespuglio sostanzialmente omogenei tra loro e la cui stessa sopravvivenza come soggetti distinti non risponde perciò più ad alcuna esigenza logica o di utilità (alzi la mano, ad esempio, chi sa dire quale grande differenza "ideologica" passi tra un'Udeur di Mastella e un'Italia dei Valori di Di Pietro perchè gli stessi non possano stare in un'unico soggetto, magari priprio il PD, dov'è peraltro già confluita la loro consimile Margherita).
Allora, auguri di buon anno e di buon lavoro a chi sinceramente si adopera per un futuro politico dell'Italia sempre più all'insegna del potere dei cittadini di scegliere direttamente alleanza di governo e premier, dello sfoltimento degli ormai totalmente inutili partitini e di un panorama di conseguenza più semplice e chiaro in grado di ripristinare la fiducia degli italiani nella propria classe politica. Un augurio particolare, ovviamente, al cavalier Berlusconi, per il buon fine della sua sfida lanciata a quanti, nel suo stesso schieramento, stentano a comprendere che è proprio di questa unità nella lotta per restituire al più presto al Paese un buon governo e il prestigio di cui ha sacrosanto dirtto che si alza forte la domanda della base elettorale dell'attuale opposizione.
E auguri, comunque, anche a chi sembra invece remare nel senso opposto, convinto che, dalla saggia strada imboccata anni fa, sia ormai giunto il momento di discostarsi radicalmente; chissà che non sia proprio lui a necessitare più di tutti dei nostri sinceri auspici.
Auguri vivissimi- per cambiare completamente argomento, ma con immutata preoccupazione per destni ed immagine dei nostri connazionali - ai tanti nostri uomini e donne impegnati nella lotta a terrorismi e a varie minaccie per la pace al'interno e al di fuori dei confini nazionali, in territori dove la situazione è già alquanto calda (Afghanistan) o potrebbe diventarlo (Libano, Balcani), affinchè non venga loro mai meno il sostegno del Paese, e l'esigenza della loro sicurezza e capacità di operare non venga mai dopo irresponsabili pregiudiziali ideologiche o meschine tattiche di politica interna.
Auguri a chi, dai cambiamenti che bollono in pentola per il nuovo anno, si aspetta qualche positiva novità su stipendi, prezzi, tasse, occupazione, mutui, qualità della vita in generale: E auguri anche a chi dovrà fare in modo che queste aspettative vengano deluse il meno possibile, anteponendole ai propri interessi di parte o di poltrona.
Insomma, auguri a tutti. A chi dorà avere e a chi dovrà dare. Comunque la pensi.

Tommaso Pellegrino

domenica 11 novembre 2007

PARTITO (SPECIE SE "UNITARIO")...QUELLA PAROLA CHE SEMBRA ANCORA FARE PAURA AL CENTRODESTRA

Nel campo del centrosinistra politico italiano ha, bene o male, visto la luce il Partito Democratico, il quale ha fuso in un'unica entità due componenti, la Margherita e i Democratici di Sinistra, che in un tempo non lontanissimo, ma che pare ormai preistorico, militavano addirittura agli antipodi l'uno dell'altro, quando ancora si chiamavano rispettivamente Democrazia Cristiana (la Margherita era formata in larga parte dall'ex sinistra DC) e Partito Comunista Italiano.
L'operazione ha avuto aspetti felici e meno felici; ha fatto nascere un soggetto politico di concezione nuova, ma la cui efficienza nell'operare in concreto è ancora tutta da verificare; ha eletto un capo con un metodo democraticissimo quale le "primarie", ma così facendo ha creato confusione su chi si trovi ora a godere di più legittimante investitura popolare per guidare la baracca, se questo nuovo leader o il "vecchio" Presidente del Consiglio. Tuttavia, questa operazione è andata indiscutibilmente nella direzione giusta, o almeno in quella inevitabile, se davvero si ritiene che un sistema basato sull'alternanza al potere tra due possibili maggioranze di governo, sicure ed in grado di perseguire i rispettivi programmi, presentati con chiarezza agli elettori prima di chiamarli alle urne e da questi scelti con il voto, sia ormai una conquista irreversibile, dalla quale non si può più tornare indietro, qualunque siano le leggi elettorali o le riforme costituzionali in futuro adottate.
In questo più intraprendente e lungimirante del centrodestra, il centrosinistra ha superato due ostacoli che, da quest'altra parte della barricata, sembrano ancora costituire quasi dei tabù: intanto ha dato vita ad una significativa organizzazione politica che si fregia senza vergogna della qualifica di "partito", e poi ha capito che il naturale sbocco del bipolarismo è di portare alla formazione di entità più compatte e stabili delle semplici "coalizioni".
La parola "partito", nel mondo politico italiano e specie nel centrodestra, provoca probabilmente strane reazioni allergiche da quando il ciclone dei primi anni Novanta ha mandato in pezzi il vecchio sistema generalmente ricordato come la "Prima Repubblica": sarà perchè i soggetti rappresentativi di quel sistema si chiamavano tutti ufficialmente Partito Tal dei Tali, sarà perchè ci hanno fatto una testa così con la "partitocrazia" fonte di tutti i mali, sta di fatto che, da allora in poi, è tutto un rifiorire di leghe, clubs, alleanze, unioni varie (ora anche i "Circoli" della pasionaria azzurra Brambilla), ma di un vecchio e sano "Partito", a centrodestra e dintorni, quasi non si ha più memoria.
Invece bisognerebbe recuperare il tempo perduto, non copiare la sinistra, ma fare di meglio. Aleggia, è vero, un progetto di Partito delle Libertà unitario, ma, al momento, non sembrano crederci in molti oltre a Silvio Berlusconi.
E' importante il superamento delle semplici "coalizioni", perchè, se si crede veramente nella democrazia dell'alternanza al potere tra due famiglie politiche in grado realisticamente di governare con una solida maggioranza una volta elette, non è più il caso di rimandare troppo oltre.
Potrebbe, in un prossimo futuro, affermarsi una legge elettorale che assegni il premio di maggioranza non più alla coalizione, ma al partito più votato e, inoltre, l'essere parti integranti in un partito unitario porterebbe le inevitabili varie anime interne ad esso a sentire con maggiore senso di responsabilità il dovere di fedeltà al progetto comune, che non qualora fossero semplicemente dei gruppi distinti membri di una coalizione.
E' puramente pretestuoso affermare, invece, che il partito unitario condurrebbe alla mortifiazione delle identità specifiche delle singole componenti che gli darebbero vita: nel Partito Laburista inglese, ad esempio, convivono, senza sognarsi scissioni, tendenze che vanno da un netto moderatismo a posizioni non poi molto diverse da quelle della nostrana sinistra radicale; così nel Partito Repubblicano americano troviamo un Rudolph Giuliani e un George W. Bush pensarla in maniera diametralmente opposta su svariati temi, senza però mai mettere in discussione la comuneappartenenza al medesimo.
Opporsi all'ipotesi di un partito unitario anche nel centrodestra, almeno costituito tra quelle componenti di esso sufficientemente omogenee da poterlo ragionevolmente fare (con i peraltro ottimi alleati della Lega Nord, per intenderci, si deve riconoscere che il discorso, per lo meno nell'immediato, sarebbe forse un tantino più complesso e delicato, pur dovendosi certamente tendere ad includere pure loro magari in tempi meno brevi), vuol dire non avere abbastanza il senso dell'inevitabile nuovo corso della politica nazionale, teso alla democrazia dell'alternanza tra due schieramenti solidi e compatti, garanzia di governabilità, vuol dire essere nostalgici di un ormai impossibile "centro" che non ha coraggio e volontà per schierarsi irrevocabilmente da una parte o dall'altra, vuol dire rimpiangere (magari inconsciamente) il consociativismo e il trasformismo di tanto triste memoria nella storia patria.
Occorre, in conclusione, superare quella sorta di paura che la parola stessa "partito", e tanto più "partito unitario", sembra ancora suscitare in tanti ambienti del centrodestra, anche per non farsi battere dalla parte avversaria in prontezza nell'adattare strutture e mentalità al nuovo che avanza inesorabilmente.
Questo post è stato redatto anche e soprattutto al fine di pubblicizzare l'iniziativa di un blog roll votato appunto alla causa che abbiamo cercato di perorare in queste righe. E' stata promossa dall'amico "Camelot"; il modo più pratico per aderirvi (chi scrive lo ha fatto) è quello di recarsi sul blog www.teocon1990.blogspot.com e, da lì, cliccare sul simbolo tondo (tipo simbolo dela CdL) con la dicitura "LA CASA DELLE LIBERTA' PER IL PARTITO UNITARIO" che appare a margine della home page in fondo a destra, accedendo così a tutte le istruzioni per proseguire.
Credo, in tutta sincerità, che si tratti di un'iniziativa cui valga la pena di prestare la propria attenzione ed incanalare quella di quanta più gente possibile.

Tommaso Pellegrino

giovedì 30 agosto 2007

GERARCHI - Gli uomini che resero possibile il fenomeno fascista

IN LIBRERIA DA SETTEMBRE
L'ULTIMO LIBRO DI TOMMASO PELLEGRINO

Balbo il trasvolatore, Ciano il "generissimo", Bottai l'intellettuale a suo modo libertario, Starace il "mastino della rivoluzione".
Sono solo alcuni dei principali gerarchi del fascismo: una classe dirigente che Mussolini, il duce, sfruttò per i propri fini, disprezzò ed esautorò, e che gli italiani chiamavano "loro", conoscendoli poco e stimandoli ancora meno in confronto al favoloso "Lui" nazionale. Ma anche una squadra di uomini indispensabili per rendere possibile il più interessante e complesso fenomeno della nostra storia unitaria, così come per determinarne la fine tramite un atto che, per tutti i gerarchi, si rivelò un suicidio politico e, per taluni di essi, anche fisico.
Un pugno di percorsi individuali che l'autore sviscera nei loro tratti essenziali, sforzandosi di dare così un quadro d'insieme il più possibile esauriente del regime che segnò la vita di un'intera generazione di italiani.

ROBERTO CHIARAMONTE EDITORE Prezzo € 20,00

(Copertina del volume visibile sul sito dell'Editore www.chiaramonteeditore.it)